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17/05/2010 — la Repubblica

La “guerra sotterranea” tra chi ha un Albo e chi no

Uno dei temi più interessanti di ogni progetto di riforma delle professioni anche di quello in atto da parte del governo Berlusconi, che, come ricorda qualcuno è almeno il venticinquesimo da quando esiste la Repubblica Italiana, è la dicotomia tra i professionisti che hanno glia un Albo e un Ordine e quelli che, invece, non ce l´hanno. Va da sè che la prima richiesta di ogni gruppo di “nuovi” professionisti sia quello di ottenere un Albo, che poi significa anche un riconoscimento pubblico e anche maggior potere nella trattativa con i partiti e il Parlamento. Inoltre, in genere con l´Albo si gestisce anche l´accesso alla professione e questo dà ulteriore potere.
Dall´altra parte, i “vecchi” professionisti, quelli già “protetti” da un Albo, sono tentati, in generale, di scavare dei fossati tra loro e le nuove professioni che avanzano, mentre tentano di conservare o addirittura allargare i loro privilegi (magari con l´esclusiva su certe funzioni, come quella che adesso gli avvocati di nuovo rivendicano sulle liti stragiudiziali).
La dialettica fra vecchi e nuovi, presente certo in ogni altro Stato, ha in Italia una particolare connotazione, perchè di Albi parla proprio la Costituzione. In altri paesi, di diversa tradizione, come la Gran Bratagna, non esistono gli albi ma soltanto le “associazioni” tra professionisti. Dunque in quei paesi e negli altri che hanno la stessa tradizione, quando una nuova professione emerge, essa si fa strada semplicemente raccogliendo i componenti in nuove associazioni, che poi si faranno valere a livello politico ed istituzionale.
Qui da noi le cose sono maledettamente più complicate. E anche il tentativo di ogni governo di creare un minimo comun denominatore, con leggi anche a vantaggio dei professionisti, si arena sempre di fronte al mare magnum delle diversità che sembrano inconciliabili.

Consulenze legali e avvocati

dell´ Ing. Giuseppe Lupoi, presidente CoLAP

Il testo di riforma dell´ordinamento forense in discussione al Senato è un concentrato di come non deve essere una riforma delle professioni. In primo luogo, viene proposta l´estensione delle attività riservate alla consulenza legale e all´attività stragiudiziale, andando contro l´interesse pubblico e le indicazioni comunitarie: la proposta tende solo all´aumento del campo di azione protetto, con tariffe non sindacabili, ed è a totale danno dei cittadini/utenti. Infatti come si può davvero pensare che tutti i duecentomila avvocati italiani, dai giovani che hanno appena superato l´esame di stato ai molti che si occupano solo di risarcimenti danni e piccole beghe di pretura, siano più capaci di fornire, ad esempio, consulenza nel diritto bancario dei funzionari delle banche, o nel diritto assicurativo di quelli presenti nelle direzioni generali delle assicurazioni, o nel diritto dei lavori pubblici degli ingegneri e degli architetti che si sono specializzati in questo settore?
Viene poi istituzionalizzata l´autoreferenzialità degli Ordini che si ritagliano il compito di autoriformarsi, di darsi un codice deontologico, ponendo in sottordine il ruolo del Ministero di Giustizia, che dovrebbe essere invece il loro controllore e garante. Ancora, viene introdotta la possibilità di dar conto all´utente delle specializzazioni dell´iscritto e della formazione continua, facendo propria l´istanza di base delle libere associazioni professionali, solo che si fa finta di non considerare che questo compito, che ha indiscutibili risvolti economici, è in contrasto con il concetto stesso di Ordine professionale e va ad innestare un insanabile conflitto d´interessi con il suo ruolo di magistratura.
Se per riformare l´avvocatura ci si fa guidare dagli avvocati e non si coinvolge nel processo decisionale l´utente finale della riforma che è il cittadino allora è inevitabile che prevalga la conservazione a danno dell´innovazione, l´interesse della corporazione a danno del cittadino.

la Repubblica

 

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